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ANITA COSTAMAGNA - Ingegnere Meccanico - Marketing Manager EMEA



Sintetizzi la motivazione della sua scelta formativa verso un ambito disciplinare scientifico.

In un certo senso credo di esser nata per una carriera scientifica. Non che io non ami la filosofia, l’arte o la letteratura. Ma sono sempre stata molto affascinata dalle sfide di intelletto. Dai problemi matematici, dalla concreta misurabilità delle variabili. Le discipline scientifiche hanno sempre rappresentato una sfida intellettiva. Passavo ore su un problema o un’equazione, ero capace di trascorrerci la notte fino ad arrivare a risolverlo. Non poteva esistere un’operazione matematica che non potessi risolvere con il mio ragionamento. Le discipline umanistiche sono affascinanti, ma per me sono più un arricchimento culturale, un piacere per il pensiero, un passatempo, mentre le discipline scientifiche una sfida di QI, dunque il fascino della competizione (contro se stessi) è sempre stato il motore che mi ha spinta in quella direzione, dal punto di vista del percorso di studi e in un certo senso di carriera.

 

Tracci le tappe del suo percorso di studio e della sua carriera professionale, evidenziando i momenti positivi, i successi, ma anche le fasi critiche e le difficoltà incontrate.

Ci sono 2 momenti “difficili” nella carriera di uno studente, secondo la mia esperienza: il momento della scelta del percorso formativo e quello della sua finalizzazione.

E’ difficile uscire dal guscio, dalla zona di comfort che gli anni di scuole elementari, medie e superiori rappresentano. La scelta della facoltà universitaria, in termini sia di indirizzo formativo sia di location rappresenta forse la prima decisione dell’adulto. Una sfida enorme, con rischi e incredibili opportunità. Ricordo ancora il momento esatto in cui scelsi Ingegneria meccanica. Ero già ovviamente orientata verso il Politecnico, ma con un enorme dubbio tra Gestionale e Meccanica. Feci una telefonata ad un amico che aveva un anno in più, per chiedere consiglio. Mi disse che forse, in quanto donna, avrei dovuto optare per gestionale, da lui giudicata più semplice ed affine ad una carriera al femminile. Inutile dire che scelsi immediatamente e indiscutibilmente Meccanica. Avrei dimostrato a lui e soprattutto a me stessa che potevo farcela.

Il secondo difficile momento fu la finalizzazione del percorso di studi. Dopo qualche anno gli esami si fanno più difficili (e io non mi risparmiai nella scelta), lo studio più pesante e nasce un naturale desiderio di indipendenza. Pesare economicamente sui genitori, ad una certa età, non è quasi più accettabile. A quel punto però vien voglia di scalare marcia ed effettuare un sorpasso. La voglia di mettere un punto a questa seconda fase della vita prende il sopravvento, donandoti nuova energia, che poi permette di dedicarsi alla tesi di laurea e dare il massimo durante la discussione, culminando in una naturale commozione di gioia nel momento della proclamazione.

Al mio primo vero colloquio, quando un ingegnere vecchio stile e con esperienza mi chiese perché mai una ragazza come me avesse scelto ingegneria meccanica, risposi che avevo dovuto trovare un’alternativa dopo che ero stata rifiutata al concorso di Miss Italia. Segnali di smarrimento comparvero nei suoi occhi e dunque pochi secondi dopo gli sorrisi, dicendo che era uno scherzo e la vera ragione era che avrei voluto essere un meccanico della Ducati Corse. Forse fu più colpito dalla risposta vera che da quella scherzosa…

Da quel giorno decisi che non avrei mai permesso che sul posto di lavoro fossi vista come una donna, ma chiunque avrebbe dovuto riconoscermi semplicemente in UN collega.

Devo dire che questa tecnica ha funzionato parecchio: non mi sono mai sentita discriminata perché non ho mai voluto sentirmi tale. Ho sempre studiato, imparato, affermato i miei punti di vista, lottato con sicurezza e anche con l’umiltà di chiedere aiuto qualora necessitassi di supporto da parte di persone con maggior esperienza. Questo mi ha guidata ad un  buon livello di realizzazione personale e professionale.

Per quanto riguarda la carriera professionale, mi ritengo molto fortunata (e forse anche un po’ brava). Iniziai a lavorare in azienda preparando la tesi e anche mentre dovevo ancora superare gli ultimi esami. L’azienda poi scelse proprio in quel momento di assumere 5 ingegneri e fui selezionata in mezzo a molti altri candidati. Di lì iniziò la mia storia, in logistica, perché quello mi offrirono ed accettai immediatamente.

Ma io volevo fare Business. Volevo diventare Direttore Sales and Marketing di un’azienda di beni ad alto valore aggiunto. Di lì a poco chiesi di essere mandata nella loro sede Canadese. Volevo una sfida, volevo un’esperienza all’estero. Mi rivolsi al direttore generale, dicendo che avevo notato che c’erano dei problemi di natura gestionale e di rapporto coi clienti in America. Gli chiesi di darmi un compito e una deadline; e una possibilità. Qualora avessi fallito, ero pronta a firmare le mie dimissioni. Stetti circa 6 mesi in Canada. Fu l’esperienza più bella della mia vita (professionale, ma anche personale) e non sarei mai tornata, se non fosse che un giorno mi telefonò il Direttore Commerciale dall’Italia, dicendo che c’era un posto alle vendite. Con le lacrime agli occhi tornai: volevo diventare direttore Sales and Marketing e quella era la mia opportunità, il mio treno. Così fu. Di lì poi iniziai ad imparare molto, e divenni Key Account FIAT, in poche parole, il tanto agognato “commerciale”.

Un giorno mi chiamò per caso l’azienda per cui lavoro oggi. Cercavano un commerciale. Il colloquio andò bene (credo), ma mi dissero che cercavano una figura più junior, ma che avevano una posizione aperta come responsabile Marketing. Tornai a casa scoraggiata, pensando che non li avrei sentiti mai più, che era solo una scusa per non dirmi che non facevo per loro. Invece, qualche mese dopo, mi chiamarono per altri colloqui e alla fine mi proposero di creare da zero il dipartimento di Marketing in Europa.

Passai, lo confesso, qualche giorno di profonda indecisione: avrei dovuto passare dall’automotive ai white goods e da un lavoro che conoscevo al marketing, di cui sapevo poco o nulla (cosa che ovviamente ammisi nei colloqui). Scelsi la sfida. Generare e gestire un team, imparare cos’è il marketing avevano un fascino irresistibile ed erano 2 step che mi mancavano al raggiungimento del mio sogno: diventare direttore Sales and Marketing di una azienda di beni ad alto valore aggiunto.

Ed eccomi qua. Dopo circa 2 anni ho creato il mio team, di giovani italiani e slovacchi, sono diventata Marketing Manager EMEA: Europe, Middle East and North Africa. A 33 anni ero dirigente, ma soprattutto avevo imparato moltissime cose. Sul mercato, sui prezzi, sui trend, su come mappare opportunità e come definire il Value based pricing, su come si generano i business case e come si traduce una richiesta di mercato in un prodotto nuovo, su come si prevedono le fluttuazioni di domanda a medio e lungo termine. Ma soprattutto (e qui credo proprio di aver ancora bisogno di crescere), su come si lavora in un gruppo, su come ispirare i proprio collaboratori, su come tenere alto il morale delle truppe e come instaurare un legame di fiducia all’interno di un team.

Il mio lavoro è più bello del mondo. Il mio team è il migliore. Senza i miei ragazzi (anzi, direi le mie ragazze, visto che sono in maggioranza nel mio gruppo), non potrei fare nulla. Mi fido di loro, è stimolante vederli crescere professionalmente e il mio prossimo target è che almeno una di loro diventi così indipendente da potermi sostituire in tutto, in modo che io possa considerare compiuta la mia missione in azienda.

Finita qui? No, voglio diventare Direttore Sales and Marekitng di un’azienda del settore Food and beverage. Ho persino modificato il mio obiettivo. E so che dovrò ancora studiare molto per arrivarci.

   

Elenchi quali siano, secondo lei, le caratteristiche irrinunciabili per una giovane intenzionata ad intraprendere oggi con successo una carriera in ambito tecnologico/scientifico.

A prescindere dall’ambito in cui si intraprendano gli studi (è banale, lo so),  la passione è tutto. L’entusiasmo per le piccole cose, per l’apprendimento e la sperimentazione; il mettersi in discussione sempre, essere al contempo umili e fiere. Non permettere mai a nessuno di considerarci “solo donne”. Anzi, a mio avviso spesso essere donna mette in imbarazzo i colleghi uomini, molto più competitivi verso le donne intelligenti rispetto a quanto lo siano verso i colleghi uomini. La donna nella troglodita mentalità di alcuni di loro, è generatrice di servizi, di supporto. Quando ti trovi a fornire delle idee migliori, o peggio ancora a porre dei veti, allora vanno in crisi. C’è chi reagisce in modo violento (verbalmente parlando), chi si intimidisce, chi cerca di portarti dalla sua con parole suadenti e chi invece di raggirarti o addirittura rubarti delle idee. Consiglio? Sorridete, avete vinto voi. Fate un bel respiro e andate avanti senza paura. Le donne non temono di ammettere un errore, ma sanno imparare dai proprio sbagli.

 

Modelli di donne realizzate in questi ambiti professionali ne ha mai avuti? Se sì, in che modo sono stati di utilità per la sua realizzazione?

Forse l’unico modello lavorativo femminile che abbia avuto è stata il mio primo capo. Una donna molto intelligente, sveglia, aggressiva. Credo di non averglielo mai detto, ma mi ha ispirata sicuramente molto nei primi anni di carriera.

Il mio capo poi della seconda azienda è diventato il mio riferimento assoluto. Ma è un uomo. Come ho detto poco fa, però, per me non ci sono differenze. Non voglio subire discriminazioni, dunque non ne faccio io per prima. Fulvio è stato duro, odioso, pungente. Mi portò il mio secondo giorno di lavoro in corso Agnelli a Torino. Mi fece scendere dalla macchina e mi accompagnò davanti all’ingresso. Mi disse “Anita, questa è la FIAT. Vai.”. Fine del training. Mi ha insegnato ad arrangiarmi da sola. A seguire il suo modello a distanza. Ricordo ancora quanto ero ammirata quando negoziava con i clienti. Un uomo davvero intelligente. Poco tempo fa mi ha detto “Sei la mia unica e vera discepola. Mi sei venuta meglio dei miei figli”. Mi sono quasi commossa, perché oggi, che abbiamo cambiato azienda entrambi e che sono anche io “un capo”, mi sta insegnando ancora. Smessi i modi aggressivi dei primi tempi, mi sta insegnando che ci sono altre leve, quelle della negoziazione, del coaching e quanto sia importante un rapporto di fiducia all’interno di un team. Ho bisogno personalmente di un riferimento nel mio top managemetn cui con ammirazione, per intelligenza, perspicacia o intuizione. Dunque ritengo di doverlo essere, il più possibile, anche nel mio piccolo.

 

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Personale consiglio alle studentesse alla vigilia della scelta di studi universitari.

Consiglio? Accettate le sfide, entrate in campo con la voglia di vincere, ponderando bene le vostre debolezze e sapendo che ci sono battaglie che vanno perse al fine di vincere la guerra.

Fate ingegneria, se vi va, e poi datevi al marketing. E’ il lavoro più bello del mondo. Essere ingegnere ti apre porte che difficilmente si potrebbero aprire diversamente. Almeno, per me è stato così.

Non vi piace la matematica, la statica o la meccanica dei fluidi? Beh, allora fate filosofia, storia dell’arte, lettere. Fate quello per cui siete portate, fate ciò per cui vi ribolle il sangue. La vita trova sempre il modo di premiare la passione.

Allegato: 
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